Lunedì 29 Settembre 2025

L’ufficio D&I non dovrebbe esistere.

Me lo ha detto, con lucidità e coraggio, un manager di una grande azienda italiana multinazionale, proprio all’interno del suo stesso ufficio Diversity & Inclusion.

Una frase che spiazza. Ma è proprio per questo che va ascoltata.

Non è un attacco al lavoro che questi uffici fanno (formazioni, eventi, policy, task force), ma un invito a guardare più in profondità: in un’organizzazione davvero inclusiva, non servirebbe un ufficio che si occupi della diversità, perché la diversità non sarebbe una “questione da gestire”. Sarebbe la norma.

Il problema non è la mancanza di iniziative. È la mancanza di sguardo.

Ogni giorno assistiamo a un proliferare di progetti per le “categorie fragili”: giovani da attrarre, donne da promuovere, over 50 da reintegrare, persone LGBTQ+ da accogliere, genitori da supportare, neurodivergenti da includere…

Intenzioni lodevoli, ma spesso frammentate reattive e verticali, invece che sistemiche e culturali.

Come se l’inclusione fosse una somma di target da soddisfare, e non una competenza diffusa.

Come se i manager non dovessero, per loro statuto, essere in grado di valorizzare ogni unicità.

L’inclusione è un muscolo, non un progetto.

Un’organizzazione è inclusiva non quando ha una policy, ma quando:

  • il collega nuovo viene ascoltato, non ignorato;
  • la persona introversa trova spazio, non viene schiacciata;
  • l’errore non è un marchio, ma un’occasione di apprendimento;
  • il feedback è un dialogo costante, non un’arma.

L’inclusione accade nella quotidianità relazionale, non nei comunicati stampa. Ed è lì che va agita, allenata, resa sistemica.

Il nostro approccio: non categorie, ma persone.

Come Into the Change, lavoriamo sull’inclusione in modo radicalmente diverso: non targettizziamo, umanizziamo.

Abbiamo ideato un gioco esperienziale, usato in diverse aziende italiane e internazionali, che guida i team a esplorare le proprie unicità come individui e come collettivo, attraverso quattro dimensioni fondamentali:

Ombra: Quella parte di noi che tendiamo a nascondere e ad escludere: errori, paure, disagi.

Potenziale: Non solo talenti evidenti, ma anche energie inespresse, qualità latenti, intuizioni trascurate. L’inclusione nasce anche dal riconoscere ciò che può ancora emergere.

Intimità: Condividere aspetti personali in modo protetto, lavorare sulla presenza autentica nei team. Un’intimità professionale che crea connessione.

Empatia: La capacità di guardare l’altro come un’opera d’arte, sospendendo giudizio e stereotipi. Empatia non come emozione generica, ma come pratica quotidiana di ascolto profondo.

Verso un’azienda che non ha bisogno di D&I, perché è D&I.

Non fraintendiamoci: finché ci sarà bisogno di supporto, è bene che gli uffici D&I esistano e siano forti.

Ma il nostro obiettivo, se vogliamo essere coraggiosi, dovrebbe essere farli diventare inutili. O meglio, trasformarli da “difensori delle minoranze” a attivatori di cultura organizzativa.

Un’azienda che include davvero non ha bisogno di “occasioni per parlare di inclusione”.

È l’inclusione. Tutti i giorni. In ogni gesto. In ogni decisione. In ogni team.

Irene Morrione
Irene Morrione
Irene Morrione, Founder di Into the change, appassionata divulgatrice di un pensiero controcorrente sui temi di sviluppo professionale e organizzativo. Autrice di numerosi articoli scientifici e del libro “La leadership sinergica” edito da FrancoAngeli nel 2022. Dal 2025 è Linkedin Top Voice

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