Troppo spesso l’inclusione in azienda viene tradotta in azienda in una lista di categorie “da includere”:
- donne
- giovani
- disabili
- over 50
- “categorie protette” (già il termine è tutto un programma)
Si fanno programmi, corsi, policy, target con le migliori intenzioni , eppure, nel tentativo di includere qualcuno, finisce che qualcun altro si sente escluso e si arrabbia. Anche giustamente.
Perché ogni volta che semplifichiamo, riduciamo l’altro a una casella. Quando l’inclusione diventa uno schema da riempire, ci si allontana dal suo senso originario, la relazione e si offusca la sua emozione più profonda , la meraviglia
Gli infiniti strati della diversità
Quando entriamo in un museo e ci troviamo davanti a un’opera d’arte, la prima cosa che proviamo – se siamo abbastanza presenti – è meraviglia. Non ci chiediamo: “Sarà abbastanza rappresentativa?”, “Questa pennellata è conforme?” “mi sto relazionando correttamente con quest’opera”
No. Stiamo lì. Guardiamo. Ascoltiamo. Ci lasciamo toccare. Ecco, forse il vero senso della diversity & inclusion dovrebbe partire proprio da qui.
La diversità è fatta di migliaia di strati di unicità. Infiniti. Invisibili. Indecifrabili.
Colei che viene esclusa perché ama indossare vestiti a fiori e colorati mentre le sue colleghe sono tutte in tailleur
Colui che non osa parlare di burnout quando tutti sembrano entusiasti di rimanere in ufficio fino a tardi.
Coloro che la pensano diversamente dal capo ed e sono per questo silenziosamente esclusi dalle riunioni importanti.
Tutti fuori dalle categorie tradizionali della Diversity. Ognuno dentro la sua storia. La sua complessità. Il suo strato invisibile.
La verità è che non sappiamo mai davvero chi abbiamo davanti e quanto possa essere infinitamente diverso da noi e proprio per questo infinitamente bello e sorprendente Ed è questo che dovrebbe attivare il gesto più umano di tutti: meravigliarsi.
l’inclusione non è una categoria da spuntare, è un atto di meraviglia quotidiana.
La vera inclusione non nasce da un regolamento. Nasce da uno sguardo che dice: “Voglio scoprire chi sei, non cosa rappresenti.”
Serve uno sguardo più lento. Più curioso. Meno ideologico, più umano.
E serve soprattutto il coraggio di non volersi decifrare subito. Perché la bellezza, come le persone, a volte chiede tempo.
Ogni persona è un’opera unica. Magari difficile da leggere. Magari scomoda. Magari imperfetta.
Ma se smettiamo di giudicarla con la checklist e iniziamo a stare in ascolto, allora forse l’inclusione sarà un po’ meno strategia, e un po’ più gesto d’amore.


