Ce lo insegna in maniera molto semplice Baricco in questo pezzo di video da Fazio, ma in realtà non ci suona nuovo se pensiamo a tutte le filosofie orientali, alle pratiche di mindfulness e meditazione, che hanno come centro il non attaccamento, ovvero accettare le cose così come sono.
Ma cosa, nello specifico, è necessario lasciar andare per essere felici?
Di solito, il nostro attaccamento si manifesta sia verso le cose che amavamo e che abbiamo perso (un parente, un fidanzato, un lavoro…) sia verso i momenti felici, che vorremmo durassero per sempre o si ripetessero nel tempo.
Nelle organizzazioni c’è molto attaccamento alla performance e ai risultati, lo stesso si nota anche nella pratica di coaching.
Molti colleghi coach, che mi trovo ad accompagnare nel loro viaggio di apprendimento, sono letteralmente attaccati alla loro performance come coach, che spesso, in maniera del tutto erronea, misurano in base al fatto che il loro coachee raggiunga o meno gli obiettivi prefissati.
Questo attaccamento non solo si traduce in ansia da prestazione e in un focus maggiormente incentrato sul coach piuttosto che sul coachee, ma ha anche l’effetto di far rimanere anche il coachee attaccato ai propri risultati, senza permettersi di sbagliare o di sperimentare la non azione.
Spesso, invece, nella mia esperienza, l’evoluzione del coachee passa proprio attraverso il non raggiungere i propri obiettivi. È così che ci si può rendere conto che gli obiettivi prefissati non erano giusti per noi o che c’era qualcosa di emergente, più importante di quella che pensavamo fosse la direzione da prendere.
Nella nostra scuola cerchiamo di insegnare ai coach “il lasciare andare”. Un esempio pratico potrebbe essere il non rimanere attaccati a ciò che il coachee aveva detto di voler fare nella sessione precedente; ma anche, e più fondamentalmente, il lasciare andare le aspettative su se stessi come coach (come dovremmo essere, cosa dovremmo ottenere, cosa dovremmo fare…).
L’aspettativa, infatti, è nemica della presenza: se mi aspetto qualcosa, mi impedisco di stare nel qui ed ora e di vedere cosa accade.
Spesso l’attaccamento è anche un grande ostacolo alla sorpresa, perché ci impedisce di lasciarci sorprendere dall’imprevisto e dall’inaspettato.
È proprio in quello spazio dell’imprevisto, però, che si giocano le nuove possibilità e gli scenari realmente evolutivi: ciò che non so e che non mi aspetto è ciò che può farmi crescere ed ampliare la mia consapevolezza.
Non è un caso che ICF, nelle sue competenze, parli di “stare nello spazio del non sapere”, un’abilità impossibile da sviluppare se si è attaccati a obiettivi e risultati già noti.
Stare nello spazio del non sapere significa accogliere il vuoto, un concetto molto simile a quello delle pratiche meditative o di mindfulness. Per questo, queste pratiche sarebbero di grande aiuto sia nella formazione che nella vita quotidiana di un coach.
Un elemento che desta sempre molto stupore quando insegno nelle masterclass per coach già professionisti è l’invito a non rileggere gli appunti della sessione precedente prima di iniziarne una nuova.
Gli appunti ci ancorano a un’idea vecchia del coachee, ci riportano al nostro pregiudizio e ci impediscono di guardare la persona che si siede davanti a noi per ciò che è oggi.
Immaginarci il nostro coachee come una persona che non abbiamo mai incontrato prima può essere di grande aiuto per abitare quello spazio di non sapere e per lasciare andare idee, giudizi e pensieri che ci eravamo fatti in passato, ma che con tutta probabilità non corrispondono più a chi abbiamo di fronte ora.


