Negli ultimi anni ho lavorato con molti team, manager e organizzazioni ossessionate dall’eccellenza , tanto da inserirla nella loro carta dei valori (cosa che sconsigliamo di fare quando siamo noi ad accompagnarli nella definizione dei valori)
L’eccellenza, infatti, non solo non è un valore ma è un esito possibile quando valori come responsabilità , fiducia, coraggio o altri sono davvero sentiti e vissuti , ma in alcuni casi diventa una vera e propria trappola … con conseguenze nefaste.
Riunioni che non finiscono mai perché “manca ancora qualcosa”. Progetti pronti al 90% che non vedono la luce. Persone che non celebrano mai, perché c’è sempre un livello successivo da raggiungere, stress , burnout , competizione senza senso sono solo alcune di queste conseguenze quando si spinge sull’eccellenza travestendola da valore .
I rischi: quando eccellenza e perfezionismo si confondono
La parola “eccellere” deriva dal latino ex-cĕllere: emergere, sporgere, elevarsi sopra. Sopra cosa? Sopra qualcuno. Sopra qualcosa. Dentro l’eccellenza c’è quindi una tensione implicita: una forma di confronto, di distinzione, di competizione.
Finché resta una spinta evolutiva, è sana. Ma quando diventa un imperativo identitario, qualcosa si rompe. Non stiamo più cercando di fare bene. Stiamo cercando di essere all’altezza, sempre.
Ed è lì che la ricerca dell’eccellenza smette di generare valore e inizia a generare pressione.
La trappola dell’eccellenza si costruisce su meccanismi sottili. Il primo è la confusione tra perfezione e valore. Il perfezionista non valuta più il lavoro, ma sé stesso: il valore umano viene sovrapposto alla performance. Se performo, valgo. Se sbaglio, vacillo.
Poi arriva l’ansia e l’insoddisfazione. Ogni traguardo raggiunto diventa il nuovo minimo. Non si può scendere. Non ci si può fermare. È una forma di dipendenza: la droga narcisistica del successo.
A questo si aggiunge l’atelofobia, la paura di non essere all’altezza, di fallire. Una paura che alimenta un perfezionismo maladattivo, fatto di standard sempre più alti e autocritica costante.
E infine lo scarto più pericoloso: puntare alla perfezione invece che al miglioramento. L’eccellenza sana accetta l’errore come parte del processo e l’imperfezione come caratteristica umana. Il perfezionismo lo rifiuta. E quando non puoi sbagliare, non puoi nemmeno evolvere.
Le conseguenze nefaste e tangibili
Questi meccanismi producono effetti concreti.
- La sindrome dell’impostore: più cresci, meno ti senti all’altezza. Perché lo standard è sempre oltre.
- Lo stallo operativo: i progetti rallentano, le decisioni si rimandano. Nulla è mai abbastanza pronto.
- Il burnout: la continua ricerca dell’impeccabilità consuma energia e crea stress cronico.
La ricerca psicologica lo conferma: studi come quello di Thomas Curran mostrano una crescita del perfezionismo nelle nuove generazioni, accompagnata da maggiori livelli di ansia e insoddisfazione. Non è quindi solo un tema individuale. È un tema organizzativo.
Come uscire dalla trappola grazie alla sostenibilità
Uscire dalla trappola non significa rinunciare alla qualità. Significa cambiare paradigma. Accettare l’imperfezione come parte del processo. Distinguere eccellenza da perfezionismo. Separare il valore personale dai risultati.E soprattutto introdurre un criterio che spesso manca: la sostenibilità. Perché il punto non è quanto in alto arriviamo. Ma a quale prezzo. Ed è qui che torna la domanda iniziale.
Molte aziende inseriscono l’eccellenza tra i valori. Ma un valore dovrebbe orientare comportamenti sostenibili, replicabili, umani. L’eccellenza, invece, se non definita, rischia di diventare:
- pressione costante
- confronto implicito
- impossibilità di fermarsi
Non è un valore. È un esito possibile di un sistema sano. I valori dovrebbero essere altro: cura, responsabilità, apprendimento, collaborazione. L’eccellenza, semmai, è ciò che accade quando questi valori funzionano.
La domanda importante non è “siamo eccellenti?”
L’eccellenza diventa una trappola quando smette di essere una direzione e diventa un’identità. Quando non possiamo più scendere. Quando non possiamo più sbagliare. Quando non possiamo più essere umani. Forse non abbiamo bisogno di organizzazioni eccellenti. Abbiamo bisogno di organizzazioni viveanche se imperfette. E allora la domanda finale non è: “Siamo eccellenti?” Ma: Come uscire dalla trappola dell’eccellenza ? Rimanendo umani , imperfetti , a volte eccellenti , a volte meno “Qual è il livello di eccellenza che permette alle persone di crescere… senza consumarsi?


