C’è una distanza millimetrica tra le dita di Dio e Adamo, nel celebre affresco di Michelangelo. Una tensione silenziosa, vibrante. Non c’è possesso, non c’è sforzo, ma solo un gesto che attiva.
Quell’intervallo infinitesimale fa risuonare in me un’intera filosofia di leadership: quella generativa.
Leader-ingombro che si sentono Dio ma non lo sono
Ci hanno abituato a leader che entrano nella stanza per farsi sentire. Amano esserci ed essere riconosciuti , occupano spazio, parlano per ultimi (o per primi), si prendono la scena. Sono leader che non attivano, ma assorbono, che non generano, ma dirigono.
Si sentono potenti (o frustrati) e quindi fanno pesare il loro ego più del potenziale che sanno far emergere. Eppure, oggi più che mai, serve un altro tipo di presenza: meno muscolare, più abilitante, capace di innescare possibilità, non indicare soluzioni.
La leadership generativa
Come descrive Otto Scharmer nella Theory U, il punto focale della leadership non è l’agire, ma l’essere presenti in un certo modo.
“Il successo di un intervento dipende dallo stato interiore di colui che lo fa.”
Il leader generativo è una presenza che genera spazio:
- Spazio per il pensiero divergente.
- Spazio per il sentire autentico.
- Spazio per la co-creazione vera.
- Il leader generativo non cerca di plasmare l’altro a sua immagine, ma lo accompagna a diventare la versione migliore e più autentica di se stesso, sa toccare senza invadere, proprio come nel celeberrimo affresco
Allenarsi ad essere leader generativi
Mi capita spesso di lavorare come coach con leader che portano e sentono la fatica di “dover avere tutte le risposte”, o la paura di “perdere autorevolezza se non decidono subito”.
Il lavoro di coaching consiste in quel caso nell’allenarsi a fare un passo indietro. A tenere lo spazio. A guardare i team generare idee da soli.
E scoprono che non hanno perso potere, ma lo hanno generato nell’altro.
Ed è lì che la leadership diventa arte, come quella di Michelangelo, che sapeva vedere la vita già contenuta nel marmo.


