C’è un ruolo che nessuno assegna formalmente agli HR, ma che è diventato sempre più necessario nel contesto organizzativo odierno: quello del critical friend (brillante definizione coniata ad hoc dall’amico Enrico Gentina)
Una nostra partner, HR director di un importante azienda italiana in ambito trasporti lo ha detto senza mezzi termini durante un focus group:
“A volte ci si aspetta che confermiamo, rassicuriamo, allineiamo. Ma il nostro mestiere non è tenere buono il sistema. È sfidarlo.”
Eppure, questo ruolo è scomodo. È meno rassicurante di un HR “compliance driven”, meno celebrato di un HR “people first”, e molto meno comodo di un HR “strategic partner” che evita il conflitto.
Ma è esattamente il ruolo di cui oggi le organizzazioni hanno bisogno oggi e nel futuro.
Il consenso è sopravvalutato
In molte aziende si respira l’illusione che l’allineamento valga più del confronto. Che il consenso costruisca coesione. Ma il prezzo è alto: si evitano le conversazioni scomode, si tace sulle frizioni culturali, si osservano le dinamiche tossiche… in silenzio.
E così, l’HR diventa complice. Non del cambiamento, ma dello status quo.
Essere un critical friend significa esattamente il contrario: allenarsi a vedere ciò che gli altri non vedono, o non vogliono vedere. A portare sul tavolo le verità che mancano, anche quando destabilizzano. A dire con gentilezza, ma senza sconti: “Attenzione, c’è qualcosa che non torna.”
Ascoltare davvero. . Agire prima.
Un HR che agisce come critical friend non si limita a “dare voce alle persone”. Fa molto di più. Ascolta quello che non viene detto. Legge i segnali deboli. Intercetta le fratture culturali che non si vedono nei report.
Ma soprattutto: si prende il coraggio di parlare. Di aprire spazi di confronto con chi ha potere, anche quando è più comodo restare in silenzio.
E di agire prima, evitando che piccoli segnali diventino voragini relazionali, cali di fiducia, disconnessione.
Dall’HR cheerleader all’HR specchio
Per troppo tempo l’HR è stato chiamato a fare da “cheerleader” del cambiamento: incoraggiare, motivare, facilitare. Ma oggi serve qualcosa di diverso. Serve essere specchio. riflesso delle tensioni, delle contraddizioni, dei paradossi del sistema.
Essere critical friend significa dire anche cose che il board non ha voglia di sentire. Significa non farsi comprare dalla narrazione dominante. Significa smettere di chiedere: “Mi sto comportando da HR ideale?” e iniziare a chiedere: “Sto servendo davvero l’evoluzione di questa organizzazione?”
In definitiva, l’HR che serve oggi non è quello che “porta pace” a tutti i costi. È quello che ha il coraggio di provocare il cambiamento dicendo la verità, quando serve, a chi serve.
Proprio come farebbe un vero amico. Un critical friend. Quello che, anche se ti vuole bene, non ti lascia stare dove sei. Perché sa che puoi diventare qualcosa di più.


