Nel celebre film Dogville di Lars von Trier, il villaggio non ha pareti. Le case sono disegnate a gessetto per terra, tutti vedono tutto. Un esperimento di trasparenza radicale, che finisce per mostrare quanto, senza limiti, anche la comunità più idealista può trasformarsi in un incubo.
Benvenuti negli open space aziendali, dove insieme alle pareti si sbriciola anche l’umanità.
Dal sogno collaborativo al desiderio di isolamento
L’open space era nato con buone intenzioni: favorire la comunicazione, eliminare le barriere, stimolare la contaminazione. Ma il risultato è stato, in molti casi, il suo opposto.
Viviamo nel caos sonoro. Call sovrapposte, rumori di tastiera, colleghi che commentano l’ultima serie Netflix mentre tu cerchi di chiudere un budget. E così nasce un desiderio che ha del paradossale: isolarci. Più siamo “aperti”, più sogniamo il silenzio, come se il troppo contatto ci spingesse a desiderare un eremo.
La lotta per la saletta
Ecco allora che le “salette” diventano i nuovi templi laici della concentrazione. Piccoli cubicoli di pace prenotabili con Outlook e difesi come feudi medievali.
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“Scusa, ma questa l’avevo prenotata io.”
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“Sì, ma ho una call importante.”
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“Ok ma allora fammi finire almeno i primi 5 minuti.”
Nel tentativo di eliminare i muri, abbiamo creato scarsità di spazio privato. E dove c’è scarsità… c’è competizione. E dove c’è competizione, non c’è collaborazione, ma tensione silenziosa. Esattamente ciò che volevamo evitare.
Serve davvero sempre lo spazio condiviso?
Il sociologo Erving Goffman parlava della necessità di una “backstage zone”, uno spazio dietro le quinte dove potersi togliere la maschera. L’open space è invece un palcoscenico permanente.
E se ogni interazione è pubblica, se ogni movimento è esposto, dove troviamo il tempo per pensare davvero? Dove sta la profondità, la concentrazione, l’elaborazione?

Uffici senza muri, menti murate?
La verità è che abbiamo confuso apertura con esposizione, trasparenza con invadenza. Abbiamo costruito ambienti in cui si lavora insieme, ma si pensa da soli… solo che non c’è più lo spazio per farlo. Abolire le pareti non basta per costruire comunità. A volte le comunità si costruiscono proprio grazie a confini chiari, ritmi diversi e spazi rispettati.
E quindi?
Non si tratta di demonizzare l’open space, ma di ripensarlo. Di creare un ecosistema flessibile, dove possano coesistere:
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luoghi di collaborazione e luoghi di concentrazione
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momenti per la connessione e momenti per il raccoglimento
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spazi per lavorare con gli altri e spazi per ritrovare se stessi
Dogville ci ha mostrato cosa succede quando la comunità diventa esposizione continua. L’ufficio moderno ci sta mostrando la stessa cosa. Forse è il momento di costruire qualche parete. O almeno qualche riflessione.


